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  • Vonde ancje cun Ferigo

    Un parricidio necessario (con la benedizione presunta del padre). E altre considerazioni sparse


    Ventotto dicembre, di sere, al Roma, vicino al fogolâr, con C.[1] e un merlot.

    C., i sin daûr a fâ cheste robe, une riviste, i la ai tal cjâf di cuant che i ai let agnons fa gli almanacs di culture di Ferigo, ma i no varessin voe di fâ une robe cussì impostade. I no vin bisugne di academie, no cumò, ma pui di un spazi libar, par berlâ ideas e sintiments. Però, no sai, i sint che nou, o almancul jo, i vares bisugne di domandatial: secont di me libars a vûl dî libars, e forsit i scuegnaressin ancje liberâsi di Gjorgio. Che a no l’è possibil che al salti fûr simpri, a bisugne cjapalu e voltalu e lâ indevant. Un parricidio necessario, disin: Giorgio è imprescindibile, lo presein di somp in sot, però serve anche poter dire qualcosa senza scomodarlo sempre.

    Oh ce biel sentitial dî: quando abbiamo fatto il convegno sui Cramârs, Giorgio ci fa: bello, bello così, ma tra dieci anni dovete rifarlo, e dire l’incontrario di quello che abbiamo detto oggi. E non perché sia sbagliato, ma perché sono diverse le cose che abbiamo bisogno di dire e quello che si tira fuori. Al sares d’accordo ancje Gjorgio, anzi, i mi sint di diti che i varessis la sô benedizion, presunte almancul. Di sigûr la mê.

    Per interposta persona. Ecco quindi: grazie Gjorgio, ma vonde ancje cun Ferigo. Ci siamo dati come regola che ogni volta che verrai nominato nei nostri discorsi bisogna pagare un euro. Ci finanzieremo la rivista, anche solo con queste due pagine. Questo è un bilancio personalissimo di chi, come tutta la nostra generazione, Ferigo l’ha potuto conoscere solo attraverso le canzoni, gli scritti e gli articoli. E nei ricordi e nelle impronte che ha lasciato in cose e persone[2].

    Ferigo ci ha lasciato un arsenale di immagini e di parole. Di concetti, di idee, di chiavi di lettura, di modi di interpretare il mâl di vivi che sentiamo, le solitudini, gli amori finiti bene o male, le radici antiche e vicine di questo nostro vivere e la possibilità di immaginarci un futuro. E soprattutto un’idea di impegno. Un impegno che nasce da un attaccamento che non è romantico o idealizzato, non è la Carnia cartolina verda di prâts e di peçs, ma la Carnia in cui siamo cresciuti, in fondo poco diversa, nei suoi tratti essenziali, tra lui e noi. La Carnia in cui siamo restati, o da cui siamo scappati per trovare qualcosa che non c’era, o in cui torniamo, ogni volta prepotentemente strappati a metà e in cui forse vorremmo tornare pardabon o andarcene del tutto, quando saranno morti anche gli ultimi legami. Questo impegno che è un mettere anima e corpo per cercare di cambiare le cose, buttare nella vita siumps, utopias e il rest, senza stare a fare troppi conti e pesare le alternative col bilancino, prendendo una riga di cantonate, ma forse seminando comunque qualcosa. Più che l’analisi, prima ancora del lavoro del medico, dello storico, del politico e dell’intellettuale, prima dei concetti, delle idee e delle chiavi di lettura, è questa spinta a fare le cose che, forse, o quantomeno per me, costituisce il vero punto focale di quello che ci ha lasciato Giorgio.

    L’impegno non si giustifica da sé. Agitarsi per agitarsi non porta da nessuna parte, non fa del bene a nessuno e tantomeno a se stessi. Però non è vero che contano solo i risultati, non qua in montagna. Qui contano soprattutto i processi e i modi in cui si fanno le cose. Come si parla, chi si cerca di raggiungere, cosa si conta di lasciare. Perché qua, più che altrove, dove è facile trovare angoli di strada ancora liberi, conta soprattutto poter immaginare che fare qualcosa sia possibile. Non farsi scjafoiare dallo stantìo della mancanza di alternativa, da pensieri esausti e da storie nate morte.

    In Carnia, più che altrove, si ha al tempo stesso il senso del limite e della possibilità, non ci sono così tante cose che fare altro è testardamente possibile.

    Come poi si qualifica questo fare altro, come riempirlo di senso, è ciò che differenzia un percorso fatto bene da un lamento. In questo, si possono fare nostre alcune indicazioni di metodo del Ferigo storico, che muovono dall’evidenziare l’alterità costitutiva della Carnia. Un’alterità che non è solo dovuta al fatto di essere una «pianura verticale», ma che si identifica nella sua storia, antica e recente, nel modo in cui si è strutturato, nel lungo periodo, il rapporto della gente con lo spazio, con le istituzioni comunitarie, con i boschi. La storia si fa quindi politica, in quanto ci dice qualcosa del modo e delle forme in cui questo territorio è stato ed è governato e pensato. Ed è difficile scindere la storia dalla politica dalla musica dalla militanza, perché ogni volta che si parla di beni comuni e di boschi nel Seicento, di immigrazione ed emigrazione, di sorestants, di scjôrs, si parla di ieri e di oggi.

    Per questo oggi, ad esempio, non abbiamo bisogno di un’accademicizzazione del discorso culturale della e sulla Carnia. Quello era necessario per la generazione di Ferigo, che in un contesto di impegno e miltanza diffusa doveva dare dignità accademica al parlare di Carnia e di montagna, offrire uno spazio dove poter ragionare con strumenti alti. Oggi, questa necessità è venuta meno, sia per il fatto che lo studio della Carnia, nei suoi aspetti storici, naturalistici, culturali, paesaggistici, ha una sua solida dimensione accademica, sia perché ad oggi il dibattito accademico è inutile. Inutile perché sclerotizzato su se stesso e perso nei dettagli e nelle forme disfunzionali in cui oggi si avvita il sistema universitario (italiano e non). Inutile perché tanto parla a stento ai corridoi delle Università di Udine e di Trieste, figurarsi a noi,. Inutile perché non ci da strumenti per cambiare, pensare o immaginare cose diverse.

    E quindi restiamo anacronistici e parliamo di storia, di musica e di cultura, di letteratura e di bosco e di natura. Ma pur partendo da quella sorta di «accumulazione di capitale culturale originario» che ci ha lasciato in dote Ferigo, dobbiamo andare oltre, mettendo in discussione premesse e conclusioni del suo discorso politico, che nasce dall’analisi del progressivo scivolamento in uno stato comatoso della Carnia tra gli anni Ottanta e Novanta, passa per l’individuazione del germe per cambiare traiettoria come ancora lì, ancora presente, e finisce quindi nell’identificazione della cultura come strumento per scardinare l’esistente. La nostra lettura è ancora tutta da scrivere, ma trent’anni dopo lo stato di partenza è diverso, ancor più precario e disperso, e la cultura, più che grimaldello, è a stento strumento individuale, patrimonio di pochi e spesso solo dei vecchi.

    Provare a vedere che possiamo farne, di questo capitale culturale, capire come trasformarlo in qualcosa che vada al di là dei limitati confini di circoli popolati ormai solo da ultrasessantenni, dove un C. o un D., alla loro verde età di cinquantenni, sono i giovani, in qualcosa di nuovo che non sia solo di pochi. Questo è il tema che ci si pone davanti.

    Se il problema che si poneva alla generazione di Giorgio era l’identificazione e l’accumulazione di un capitale culturale originario, la questione che si pone alla nostra è per così dire di redistribuirlo. E nella sua redistribuzione, a differenza che col capitale fatto di macchine e di torni e di presse, di stravolgerlo. Non di conservarlo, di fare i curatori fallimentari della Carnia o di una certa Carnia, come fossimo una Filologica di second’ordine, ma di estenderlo ed ampliarlo, per renderlo di tutti. E, qua sì come col capitale quello vero, questo si può fare solo cercando di far sì che i mezzi di produzione siano nelle mani di tutti, costruendo un linguaggio, un discorso ed uno spazio culturale che sia di nuovo condiviso. Come forse era allora, ma certo oggi non è più.


    [1] Lo chiameremo C., come nei romanzi russi, perché è opportuno possa beneficiare della dovuta anonimità di fronte ai suoi peccati.

    [2] Anche se madre racconta sempre che Giorgio mi ha conosciuto, da piccolissimo, ma non credo che conti come scambio intellettuale e va ben dut, ma non crediamo ai re taumaturghi, quindi credo che la cosa non valga neppure nel caso dei medici di sanità o degli storici, vieppiù se atei e comunisti.

  • Nine nane

    Da cjantâ a plasei

    Al ven gnot daûr la lune 

    ca nus spie scune sutile 

    fin contor d’arint.
     

    A dabàs si sfile il flum 

    ca’l no jeve pui sunsûr 

    dut glaçât d’arint.


    E distant ta rive scure 

    pa scjaldâsi al cjape fûc

    un lusôr d’arint.
  • Glagnò

    Corint dilunc dal flum, cirint

    nome crodint a une peraule

    di viodisi intal puest da nostes cjacares

    cjalant plui cui pîs dal sintiment

    i ai alc tal cûr

    ma no tu eras.

    Sierant i voi tal glereâl

    butant di tîr la mae blancje e la cotule roseade

    mi sei poade denti i claps 

    pleâts come la piel e il cuarp da l’aghe.

    Cheste cuvierte

    al é il diamant da noste vite

    iei a volte il mont

    fasint cidin il sûn e clip il freit

    a si puarte vie la criùre e i siei pinsîrs

    a val, butantisi intal mâr, dulà ca nus partegnin plui.
  • I conflitti interiori della Regione sul turismo invernale

    Riguardo al turismo invernale la Regione FVG sembra stia combattendo un profondo conflitto interiore. Nella sua rivista “Segnali dal Clima 2024” un articolo del Gruppo di lavoro tecnico scientifico Clima FVG, coordinato da ARPA FVG, evidenzia come
    “Gli effetti del riscaldamento globale risultano più evidenti nelle Alpi e nel Mediterraneo. Il Friuli Venezia Giulia, trovandosi compresso tra due questi hot-spot, ne soffrirà maggiormente. Già ora ci sono segni evidenti di questa tendenza: le ondate di calore, gli incendi nel Carso isontino e triestino, la sparizione dei ghiacciai e la fusione del permafrost, l’innalzamento del livello del mare, la siccità estiva e la scarsità di portata di acqua nei fiumi, gli impatti sugli ecosistemi e sulla biodiversità.
    […]
    Il calo delle temperature e la irregolarità delle precipitazioni nevose stanno già mettendo a rischio il turismo invernale legato allo sci. Impianti di risalita e piste da sci sotto ai 1500 metri difficilmente potranno funzionare nei prossimi anni a causa della mancanza di neve, non rimpiazzata dall’innevamento artificiale che, oltre a impattare pesantemente sull’utilizzo di acqua e sul consumo di energia elettrica, renderanno economicamente non conveniente l’operazione”. 1

    Un altro articolo rincara la dose:
    “Lo sci ha rappresentato e rappresenta ancora per alcuni territori un’importante risorsa in termini di occupazione e reddito, oltre ad essere di per sé una valida attività ludico-sportiva. Tuttavia, la riduzione delle precipitazioni nevose mette in seria difficoltà questo settore, per superare la quale si fa troppo spesso ricorso a soluzioni – mi riferisco all’innevamento artificiale – che portano con sé rilevanti impatti ambientali e sociali negativi. Basti pensare all’utilizzo delle risorse idriche ed energetiche, nonché agli ingenti finanziamenti pubblici, risorse così sottratte ad altre priorità. […]
    Il turismo ha certamente portato ricchezza in molte aree montane. Tuttavia questi cambiamenti impongono la definizione di nuove strategie di sviluppo turistico”. 2

    Lo stesso riporta anche esempi di riorientamento di centri turistici invernali come quello del parco naturale del Monte Dobratsch (Villach) e quello della Val Maira (Piemonte).

     Anche in Carnia ci sono progetti di sviluppo alternativo di località sciistiche:
    “Il progetto “Oltre la neve – Beyond Snow” finanziato dal programma europeo Interreg Alpine Space prevede come area pilota in Friuli Venezia Giulia la Val Pesarina. In questa zona della Carnia si trova il più piccolo impianto di risalita d’Europa: un piccolo skilift che misura 110 mt di lunghezza situato nella località di Pradibosco. La zona è stata scelta perché l’impianto già attualmente risente dei cambiamenti climatici, ovvero della carenza di neve a bassa quota, e i giorni di apertura durante l’anno sono davvero pochissimi.
    Il progetto, in carico all’Ufficio Europa della Comunità di montagna della Carnia, mira a trovare proposte e soluzioni per aumentare la resilienza socio-economica di questa vallata, attraverso il coinvolgimento della popolazione nella definizione di un futuro desiderabile, alla luce delle nuove condizioni climatiche”. 3

    Un’altra parte della sfaccettata personalità della Regione FVG, però, la pensa diversamente. Dopo aver stanziato 1,5 milioni di euro nel 2024 per realizzare, assieme a PromoTurismo FVG, le piste Laugiane e Variante Val Di Nuf tra i 1600 e i 1350 m di quota 4 c’è un altro lungimirante progetto in cantiere: l’avvio dei lavori per il nuovo bacino Tamai, un investimento da 2,5 milioni di euro per incrementare l’innevamento artificiale.5

    Uno psicanalista dovrebbe consigliare alla Regione FVG di investire in progetti più lungimiranti e meno dannosi di questo, che invece interverrebbe sulla But con un prelievo idrico. I prelievi idrici sono considerati, sempre da una delle personalità della Regione FVG, “tra le pressioni antropiche più significative esercitate sui corpi idrici della zona montana”.
    In questa lotta interiore, quasi schizofrenica, speriamo che, nonostante i colpi di calore provocati dall’anno più caldo mai registrato in FVG dal 1900, prevalgano la ragione e il buon senso.




    FONTI

    1“La montagna e i cambiamenti climatici: un equilibrio fragile in un ambiente vulnerabile” di Maurizio Fermeglia – Università degli Studi di Trieste, in: Segnali dal Clima in FVG – 2024

    2“Montagne in trasformazione: cambiamenti climatici e altri cambiamenti” di Ivana Bassi – Università degli Studi di Udine, in: Segnali dal Clima in FVG – 2024

    3“Oltre la neve: soluzioni e partecipazione per uno sviluppo resiliente della montagna” di Federica Flapp – ARPA FVG e Patrizia Gridel, Michele Colusso, Margherita Mabel Costantini – Comunità di montagna della Carnia, in: Segnali dal Clima in FVG – 2024

    4https://www.promoturismo.fvg.it/it/327993/interventi-per-la-costruzione-delle-piste-da-sci-denominate-laugiane-e-variante-val-di-nuf-nel-polo-sciistico-zoncolan-in-comune-di-sutrio-ud

    5https://www.regione.fvg.it/rafvg/comunicati/comunicato.act?dir=/rafvg/cms/RAFVG/notiziedallagiunta/&nm=20250113150915001