Di memoria, empatia e altre sciocchezze

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ideas muartas
nus tegnin tacâts
tar un mont di muarts
cjalìn plui in là
dai nestis bearçs
e i sarìn plui fuarts
L’umiliazione se ne sta
indolente con un permesso di soggiorno a tempo
indeterminato, in attesa di documenti fino
all’aldilà. Promette, comunque,
che manderà i soldi.
Leonardo Zanier,
versi da Tar un bosc fis
Warsan Shire,
versi da Dahabshiil manda benedizioni

Mancata accoglienza, un po’ di razzismo e molto sfruttamento. Questo è quanto il Friuli offre a chi ci arriva passando attraverso la rotta balcanica. Eppure l’emigrazione in questa regione è storia recentissima, anzi, è ancora oggi la scelta obbligata per molte di noi. Come è possibile che figlie e nipoti dei gastarbeiter di ieri oggi rifiutino anche solo l’idea che persone migranti possano stabilirsi e lavorare accanto a loro?

La prima risposta istintiva, e forse comoda, è quella dell’amnesia collettiva. Si potrebbe cioè pensare a una più o meno inconscia operazione di rimozione della memoria legata al quando “i migranti eravamo noi”. È già da una ventina d’anni che per contrastare questa supposta amnesia si sono diffuse e moltiplicate iniziative culturali volte a rinfrescare la memoria degli emigranti italiani. Tanti libri, anche meritevoli, ma scarsi risultati politici e culturali.

La realtà è che non c’è stata nessuna amnesia, nessuna rimozione di memoria. A testimoniarlo sta il successo che la Lega Lombarda ebbe ai suoi esordi proprio nei paesi di montagna e del nordest alla fine degli anni ‘80. In quel periodo l’emigrazione non era memoria, era cronaca (come se poi non lo fosse ancora ora). Eppure proprio nei luoghi spopolati dall’emigrazione trionfava un partito cavalcando l’onda della xenofobia.

Non c’è nessun nesso logico necessario tra memoria ed empatia. Mi faccio bersaglio di ogni prof di storia del liceo, ma la memoria non ci insegna a comprendere “l’altro”. E l’empatia è un costrutto sfaccettato e difficilmente incasellabile. Possiamo davvero empatizzare e vedere il mondo con i suoi occhi se con “l’altro” non ci abbiamo parlato? Chi non ha mai sentito le storie del nonno, cugino, zia emigrato in Germania,la lor fadia e la marginalizzazione. Chi invece ha mai sentito le stesse storie da Khalid, partito dal Pakistan nel 2018 e finito, contro la sua volontà, a vivere a Pradibosc, passando dieci giorni in una corriera “quarantena” a Parco Sant’Osvaldo con altre trenta persone.

Il tipo di memoria dell’emigrazione ritualizzata e monumentalizzata prodotta dalle istituzioni culturali pare pensata a tavolino per scoraggiare ogni tentativo di condividere disgrazie e speranze di chi arriva da oltre confine. Noi siamo andati all’estero a fare i sacrifici, rispettando le regole contrapposte al migrante meridionale (prima) e straniero (poi) dipinto come parassita o illegale. La Nostra Storia non è stata cancellata, è stata selezionata.

Ma anche l’empatia presa da sola ha i suoi rischi. Sfocia facilmente nel paternalismo e rischia di trasformarci in tante dame di carità piene di sofferenza alla vista dei nostri “fratelli migranti”. Gente anche pronta a sgarfâ tas sachetas per dare una mano, ma in definitiva incapace tanto di includere le persone migranti in una comunità, quanto di lottare con le istituzioni per pretendere ne vengano rispettati i diritti. La carità, alla fine, è il perfetto anestetico del conflitto: donare i vestiti usati è un buon gesto ma mantiene intatti i rapporti di forza.

L’intero impianto della nostra memoria e della nostra empatia è razzializzato: diciamo “noi siamo emigrati” e se abbiamo buon cuore aggiungiamo “come loro”. Ma nô o sin nô, lôr a son lôr. Nel migliore dei casi possiamo accettare che lôr abbiano più o meno (e diciamo pure piu) gli stessi problemi che aveva nostro nonno in Svizzera. Questa non è una ricetta buona per costruire una comunità, al massimo può produrre dell’elemosina. Chei studiats a la clameresin “perspective taking”: nua di pui di savesi meti tai brigons di qualchidun ati. Che però non è una cosa scontata, non è empatia, né memoria, è il passo successivo, quello che ci manca.

Per uscire da questa trappola occorre riconoscere che i problemi che un migrante si trova ad affrontare non derivano dal suo essere straniero, “diverso”, ma da una serie di mancanze che si trova ad affrontare in un paese che non gli garantisce opportunità di autonomia, indipendenza. Forse è utile porre al centro del dibattito la questione della classe e del lavoro, perché la condizione di sfruttamento, illegalità, precarietà e assenza di tutele non può aiutarci a costruire alcun futuro.

Abbiamo rinunciato all’idea che le persone abbiano diritto a cibo, casa, salute, un reddito e a tutto ciò che è necessario ad una vita dignitosa per il semplice fatto di esistere.

Non ci siamo dimenticati di essere state migranti. Abbiamo barattato i diritti universali con il privilegio di nascita, trasformando la giustizia sociale in beneficenza.

Non sono qualitativamente diversi dai nestri ma non i nestri di furlans: i nestri di lavoradôrs.

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